Luce nel buio



Laurent Ballesta spiana la strada alla conoscenza degli ultimi territori inesplorati del nostro pianeta

Visto che nessuno credeva a ciò che vedeva sott’acqua, Laurent Ballesta acquistò una fotocamera per dimostrarlo. Trent’anni fa, mentre nuotava al largo di Montpellier nel sud della Francia, si entusiasmava così tanto nell’ammirare anche la più piccola creatura marina che quando raccontava degli avvistamenti più spettacolari quelli che lo ascoltavano erano disorientati o peggio ancora non gli credevano. “Anche mia madre, mio padre e mio fratello dicevano: “Oh sì, certo, sì”, ma io vedevo dai loro occhi che pensavano che non stessi dicendo la verità”, dice Laurent. Per questo ha deciso di scegliere una strada diversa, una di quelle strade che cambiano la vita.

“Avevo 16 anni e spiegai a mio padre che mi serviva una fotocamera prima per i miei studi da biologo marino e poi per il lavoro. Chiedergli i soldi per comprare una fotocamera subacquea, la Nikonos V, è stato come presentarsi oggi davanti a uno sponsor: una faccenda seria, serissima. I 1.500 euro di cui avevo bisogno sembravano una cifra assurda all’epoca. Però mi diede ascolto e mi disse che me l’avrebbe comprata lui, ma che il denaro sarebbe stato detratto dalla mia parte di eredità per correttezza nei confronti di mio fratello. Vi lascio immaginare il senso di responsabilità che provai quando mi disse questo”.

Non fu un peso per Laurent che è diventato uno dei più grandi fotografi subacquei del mondo, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo in territori inesplorati. “Le mie spedizioni sono tutte diverse”, dice, “ma hanno tre cose in comune: un obiettivo scientifico, una sfida tecnica di immersione e la promessa di una nuova fotografia naturalistica. Non si tratta di fare nuovi scatti di qualcosa di già visto, ma di fotografare qualcosa di nuovo. Tutti e tre questi aspetti devono essere presenti in ogni missione”.

Le sue cinque ultime missioni più importanti, note con il nome di spedizioni Gombessa, hanno portato Laurent al limite dell’esperienza umana da cui è tornato con dati preziosi e scatti straordinari. Nella spedizione più recente, Gombessa V, a luglio 2019, Laurent e i suoi tre colleghi hanno trascorso un mese nelle profondità del Mar Mediterraneo tra Marsiglia e Monaco in una campana subacquea delle dimensioni di un piccolo bagno.

I quattro hanno trascorso quasi otto ore al giorno, in due intervalli di circa 3-4 ore ciascuno, per 28 giorni consecutivi a una profondità massima di 145 metri. Risalire da questa profondità richiede in genere fino a sette ore, ma Laurent ha inventato un sistema rivoluzionario che non prevede la necessità di decompressione per i subacquei e le risalite richiedevano circa tre minuti, mentre sulla superficie la campana ancora pressurizzata era collegata ad altre due camere pressurizzate, a una cucina e a uno spazio notte sulla chiatta in superficie. Ha inoltre inventato un metodo che consente di effettuare le immersioni dalla campana senza il tradizionale cordone ombelicale. Queste innovazioni hanno consentito una maggiore libertà e tempi di immersione più lunghi rispetto a simili missioni in profondità e hanno regalato più tempo per scattare le foto.

“In questa, così come in tutte le mie spedizioni”, dice Laurent, “la difficoltà non sta nello scattare le foto, ma nel raggiungere l’animale. Ogni volta è diverso: in Antartide è terribilmente freddo immergersi, ma se si riesce a resistere, realizzare lo scatto di un incredibile paesaggio sottomarino è un gioco da ragazzi. Per riprendere gli squali nella Polinesia francese, dove questi animali cacciano soltanto di notte e si muovono velocissimi, abbiamo dovuto escogitare delle nuove tecniche di illuminazione. Abbiamo impiegato circa 3.000 ore in cinque anni effettuando sempre la stessa immersione, in alcuni casi due o tre volte a notte”.

La routine può essere il prezzo da pagare per l’avventura, ma la ricompensa può essere straordinaria. Il servizio sulla frenesia alimentare degli squali nel 2017 è stato fatto durante la quarta delle cinque spedizioni Gombessa ed è risultato in un libro e un documentario per il National Geographic, “700 Sharks Into the Dark”. Gombessa I, nel 2013, ha visto l’incontro con il celacanto, il raro pesce “fossile vivente” al largo del Sudafrica. Nel 2014, l’accoppiamento di migliaia di cernie, che ha luogo per mezzora ogni anno, è stato immortalato nella Polinesia francese durante Gombessa II. Laurent è tornato in quegli stessi luoghi tre anni dopo per Gombessa IV per documentare gli squali che lui e il suo team avevano visto accerchiare le cernie.

Ogni volta le spedizioni sono più ambiziose e necessitano una maggiore pianificazione e più fondi, quindi più tempo per ottenere sovvenzioni e corteggiare i potenziali sponsor. Gombessa V è stata sponsorizzata da 12 partner finanziari. è un lavoro lungo e difficile che può richiedere anni. “Trovare i fondi, ottenere i permessi e convincere tutti a collaborare è il mio lavoro a tempo pieno”, dice Laurent. “A volte mi sveglio la mattina e faccio fatica a motivarmi. Ma poi mi ricordo che andrò in un luogo in cui troverò qualcosa di nuovo, un comportamento o una nuova specie. Ed è questo che mi dà la forza di continuare”.

Lo scorso luglio, nell’angusta campana subacquea nel Mediterraneo, ha fatto appello a tutta la sua determinazione per far fronte alle difficoltà dell’immersione. L’aria all’interno era 97% elio e 3% ossigeno, molto più calda del normale. “A un certo punto”, racconta, “abbiamo pensato che saremmo morti. Stavamo sudando come mai prima e ci siamo dovuti stendere a terra nudi per farcela. Quando ci siamo immersi l’acqua ci è sembrata più fredda di quella dell’Antartide”. (Lui ne sa qualcosa: in Gombessa III, nel 2015, ha esplorato acque in cui non si era mai immerso nessuno nel continente gelato).

Per le future spedizioni, Laurent ha un obiettivo ambizioso. “Su Europa, una luna di Giove, è stato scoperto un oceano liquido sotto un’area ghiacciata”, dice. “Perciò, chissà, un giorno potrebbe essere quella la missione di Gombessa XX. Perché no?”

LAURENT BALLESTA

FRANCIA

La mia prima fotocamera subacquea è stata una Nikonos V e da allora non ho più smesso di usare Nikon. Quella fotocamera era straordinaria. Anni dopo, ho mostrato il mio lavoro a Nikon France chiedendo una sovvenzione di cui fortunatamente usufruisco ancora.

Fino a cinque corpi macchina D5 con obiettivi AF-S NIKKOR14-24 mm f/2.8G ED, AF Fisheye-Nikkor 16 mm f/2.8D, AF-S NIKKOR 20 mm f/1.8G ED, AF-S Micro NIKKOR 60 mm f/2.8G ED e AF-S VR Micro-Nikkor 105 mm f/2.8G IF-ED

Ho appena iniziato a usare la Z 7: è più piccola della D5, e spero che mi consentirà di lavorare con nuove modalità e angolazioni, specialmente nella ripresa di creature minuscole.

D5

AF-S NIKKOR 14-24mm
F2.8G ED

AF Fisheye-Nikkor 16mm f/2.8D

Nelle acque gelate durante la spedizione Gombessa III, Adélie Land, Antartide, 2015

D4S, AF-S Zoom-Nikkor 17-35 mm f/2.8D IF-ED, ISO 1600, 1/160 sec a f/7.1

La campana sottomarina di Gombessa V e un subacqueo a 65 m di profondità, Mar Mediterraneo, 2019

Metadati non disponibili

Al largo della costa di Cassis, Gombessa V, 2019

D4s, AF-S Zoom-Nikkor 17-35 mm f/2.8D IF-ED, ISO 3200, 1/30 sec a f/5.6

Alcuni dei 700 squali di Sharks Into The Dark, Gombessa IV, Polinesia francese, 2017

Metadati non disponibili

Un celacanto sorride mentre si lascia immortalare in questo ritratto, Gombessa I, 2013

Metadati non disponibili

Il gioco di onde creato dalle cernie, Gombessa IV, Polinesia francese, 2017

Metadati non disponibili